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lunedì 15 settembre 2008

L'assedio o la laicità?

Tanto per avere un  idea di chi è Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze, un estratto della sua omelia del 2007 in onore di S. Ubaldo, patrono di Gubbio, noto per aver difeso la sua città dall'assedio dei nemici. In grassetto il "tono" dei miei commenti, le parole sono testuali.


[...] il momento centrale del rapporto tra Sant’Ubaldo e la sua città: “Premuroso di impedire la caduta del suo popolo fortificò la città contro un assedio”. [...] Molto può insegnare anche per la condizione odierna della nostra società. Nuovi nemici tentano di espugnare le nostre città, di sovvertire il loro sereno ordinamento e di creare turbamento alla loro vita. Questi nuovi nemici si chiamano il nichilismo e il relativismo, che in modo più o meno esplicito nutrono le tendenze egemoni nella nostra cultura: fanno dell’embrione, l’essere umano più indifeso, un materiale disponibile per sperimentazioni mediche; danno copertura legale al crimine dell’aborto e si apprestano a farlo per le pratiche eutanasiche, infrangendo la sacralità dell’inizio e della fine della vita umana; introducono il concetto apparentemente innocuo di qualità della vita, che innesca l’emarginazione e la condanna dei più deboli e svantaggiati (!!!); coltivano sentimenti di arroganza e di violenza che fomentano le guerre e il terrorismo (???); delimitano gli spazi del riconoscimento dell’altro chiudendo all’accoglienza (???) di chi è diverso per etnia, cultura e religione; negano possibilità di crescita per tutti mantenendo situazioni e strutture di ingiustizia sociale; oscurano la verità della dualità sessuale in nome di una improponibile libertà di autodeterminazione di sé (!); scardinano la natura stessa della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. [...] Anche noi oggi siamo chiamati a discernere e giudicare il presente con gli occhi di Dio e a chiedere a tutti, credenti e non credenti (!!!), di fare altrettanto se vogliamo salvare il nostro futuro, a vivere tutti – come ci ha invitato Benedetto XVI – “etsi Deus daretur”, “come se Dio esistesse”, ribaltando l’ipotesi che ha retto il pensiero e l’agire della modernità, l’“etsi Deus non daretur”, il “come se dio non ci fosse” che ha prodotto i forni di Auschwitz e i gulag della Siberia. [...] E il volto di Dio è l’amore, come ci ha ricordato il Santo Padre nella sua enciclica Deus caritas est. Non però l’amore debole che nasconde la verità, che crea ambiguità sotto il velo della falsa tolleranza, bensì quello esigente che non rinuncia a ferire per curare, a distinguere per poter allacciare ponti veri e non a voler rendere tutto fittiziamente omologo, a richiamare alla responsabilità senza indulgere in un buonismo alla fine perdente.


Mi piace contrapporre a queste parole battagliere (di fede??), quelle di un teologo protestante, che ho letto su Adista


Quando Bonhoeffer scriveva nelle sue lettere dal carcere che dobbiamo vivere “etsi deus non daretur”, che non dobbiamo più avere Dio come ipotesi di lavoro nel nostro argomentare pubblico, lui non pensava affatto ad una teologia della morte di Dio come poi si è detto negli anni Sessanta. Lui argomentava, da piissimo luterano quale era, a partire dalla teologia della Croce, cioè dal centro del Nuovo Testamento. Allora vi propongo una riflessione: non soltanto bisogna accettare la laicità, ma anche promuoverla come l’unico spazio in cui anche le religioni posso essere valorizzate. Perché quale religione può essere contenta se viene accettata perché presupposta, perché obbligatoria, perché fondativa? Il cristianesimo, semmai, dovrebbe essere il più convinto nel sostenere questo statuto, perché se Cristo è la rivelazione di Dio, mica si è messo d’accordo prima col sindaco di Gerusalemme per avere una scorta e per evitare che ci fosse qualche gruppo di omosessuali a sfottere lui e i suoi discepoli. Oggi c’è il terrore di ridurre tutto ad un’opinione, ma che cos’è il Golgota se non Dio in Cristo che si espone a due opinioni opposte, quella di chi gli sputa addosso e lo sbeffeggia e quella di chi dice “questi è veramente il figlio di Dio”? Tradurre il discorso cristiano in una presenza senza privilegi, senza tutele, senza rete, senza alcun presupposto non è soltanto una ragionevole soluzione moderna, ma dovrebbe essere - lo dico da teologo cristiano - l’immediata conseguenza del fatto che il mio discorso su Dio è legato al Golgota e non a qualche altra illuminazione. [...] Noi cristiani dovremmo avere il coraggio di cavalcare questa tigre e di essere i primi, proprio per quello che abbiamo capito di Dio, a promuovere libertà e anticlericalismo.


E voi, dove lo sentite soffiare, lo Spirito? Tra le mura dell'assedio o sul crinale di una ricerca "senza rete"?
Io sento tanta poca fede, nei sedicenti Difensori della Fede!...

martedì 22 luglio 2008

I difensori della Verità

Giusto in nome della libertà e dell'autonomia di coscienza, vi allego le ineffabili regole di un blog(Totustuus) che si propone di promuovere la conoscenza della Verità.


Ragazzi, ma quanta gente c'è che pensa in questo modo? E come si fa a ragionarci?

mercoledì 2 luglio 2008

"Dio non è cattolico" (C.M. Martini)

"Ho sognato una Chiesa nella povertà e nell’umiltà, che non dipende dalle potenze di questo mondo. Una Chiesa che concede spazio alla gente che pensa più in là. Una Chiesa che dà coraggio, specialmente a chi si sente piccolo o peccatore. Una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa". Sono le parole del card. Carlo Maria Martini raccolte nei “Colloqui notturni a Gerusalemme", libro recentemente edito in Germania dalla casa editrice Herder.


L’81enne gesuita, già arcivescovo di Milano, tira le somme di un’esistenza trascorsa nella costante e travagliata ricerca di Dio, vissuta dentro la Chiesa. E confida queste riflessioni all’amico padre Georg Sporschill, anch’egli gesuita, in un testo che assume la forma del colloquio o dell’intervista. I 7 capitoli del volume affrontano questioni profonde di fede, di etica, di società e di Chiesa.


A quest’ultima Martini indirizza un accorato appello per una rapida e profonda riforma. Ad esempio, di fronte alla crisi vocazionale che investe la Chiesa cattolica soprattutto in Occidente, considera inefficaci le soluzioni proposte fino ad ora delle gerarchie. "La Chiesa dovrà farsi venire qualche idea", afferma, come ad esempio "la possibilità di ordinare viri probati" (uomini sposati ma di provata fede, ndr) o di riconsiderare il sacerdozio femminile, sul quale riconosce la lungimiranza delle Chiese protestanti.


Ricorda persino di aver incoraggiato questa posizione in un incontro con il primate anglicano George Carey: "Gli dissi di farsi coraggio - spiega Martini - che questa audacia poteva aiutare anche noi a valorizzare di più le donne e a capire come andare avanti".


Se le sue tesi sull’organizzazione della Chiesa appaiono già fortemente riformatrici, ancora più avanti guarda nell’affrontare i temi etici legati alla sessualità. Critica l’Humanae Vitae di Paolo VI sulla contraccezione, enciclica scritta "in solitudine" dal papa e che proponeva indicazioni poco lungimiranti.


"Questa solitudine decisionale a lungo termine non è stata una premessa positiva per trattare i temi della sessualità e della famiglia". Sarebbe opportuno, afferma, gettare "un nuovo sguardo" sull’argomento. La Bibbia, in definitiva, non condanna a priori né il sesso né l’omosessualità.


È la Chiesa, invece, che nella storia ha spesso dimostrato insensibilità nel giudizio della vita delle persone. Tra i miei conoscenti - ricorda ancora Martini - ci sono coppie omosessuali. Non mi è stato mai domandato né mi sarebbe venuto in mente di condannarli". Dunque la Chiesa, invece di educare il popolo di Dio alla libertà e alla "coscienza sensibile", ha preferito inculcare nel credente una dogmatica moralistica ed acritica.


Il contatto con le altre religioni, saggiato in prima persona durante il lungo soggiorno a Gerusalemme, ha rappresentato per Martini un punto di non ritorno, una scuola di vita e di fede. La ricerca di Dio in quelle terre - peraltro, come lui stesso afferma, estremamente travagliata ed attraversata spesso da lunghe ombre - costringe a ripensare il dialogo interreligioso perché, dice, "Dio non è cattolico", "Dio è al di là delle frontiere che vengono erette".


È l’uomo che sente la necessità di razionalizzare in apparati normativi e istituzionali la gestione del sacro.


In realtà, le istituzioni ecclesiastiche "ci servono nella vita, ma non dobbiamo confonderle con Dio, il cui cuore è sempre più largo". Incontrare e (perché no) pregare insieme all’amico di altra religione, dice, "non ti allontanerà dal cristianesimo, approfondirà al contrario il tuo essere cristiano". E invita: "Non aver paura dell’estraneo".


Il grande comandamento invita ad amare l’altro come se stessi. "Ama il tuo prossimo - afferma - perché è come te". Il "giusto" - e in questo caso Martini prende in prestito la II sura del Corano - è colui che "pieno di amore dona i suoi averi ai parenti, agli orfani, ai poveri e ai pellegrini".


* Articolo di Giampaolo Petrucci tratto da Adista n.41 del 31 Maggio 2008