Il ritorno sulla scena della cupa congrega lefebvriana un pregio ce l'ha: ci rammenta di quanta ottusità e di quale durezza fosse intrisa la Regola, non solo religiosa, contro la quale divampò negli anni Sessanta la rivoluzione dei costumi e delle idee. La Chiesa giovannea, decidendo di essere parte viva e attiva di una società in tumulto, fece parte a pieno titolo, generosamente, di quella stagione di liberazione: non per caso Papa Ratzinger, che è un influente intellettuale di destra, è così reticente nel ricordare il Vaticano II. Noi che siamo cresciuti in quel clima, nel progressivo allentarsi di ogni vecchia norma, di ogni rigidità etica, oggi non siamo così stupidi da non accorgerci che il prezzo da pagare è stato il disordine, spesso anche privato. Ma riudire, quarant' anni dopo, la presunzione e la menzogna della Norma, risentire le voci arroganti di questi maestrini della Tradizione, riprovare il brivido raggelante di quel fanatismo, ci aiuta ad amare di più la nostra faticosa, sudata libertà, la generosità del dubbio e il rispetto dell' imperfezione. Ciò che i nuovi reazionari chiamano "relativismo" (che monsignor Lefebvre per primo denunciò come vizio satanico) è solo una maniera malevola di definire la libertà. -
Michele Serra, Repubblica, 31 gennaio 2009
Leggendo questo commento mi venivano in mente due contraddizioni legate alla revoca della scomunica ai lefebvriani:
1) un gesto che dovrebbe essere ecumenico (la revoca della scomunica agli "eretici") avviene proprio nei confronti dei più fieri (e non pentiti) avversari dell'ecumensimo
2) accettare gente così nella Chiesa mi pare richieda una dose di relativismo più che sufficiente a riammettere teologi dela liberazione, Kung, Sobrino, etc
Anche dal punto di vista razionale, il Cattolicesimo geometrico e tetragono della Chiesa ratzingeriana mi pare davvero non regga. Quanto dovremo aspettare per andare oltre o, semplicemente, ripartire dal Concilio (il cui recente anniversario non so se è stato neppure celebrato dallo Stato Pontificio)?