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Guerra di classe, avanti!
di Rita Pianese
Lo Stato italiano è soggetto ad un’indagine formale dell’Ue per aiuti di stato incompatibili con le norme sulla concorrenza, dovuta alle esenzioni fiscali concesse alla Chiesa.
Si mette in moto un’indagine approfondita sui privilegi fiscali attribuiti agli enti ecclesiastici in settori-ospedali, scuole private, alberghi e una serie di altre strutture commerciali- in cui la Chiesa gode di un’esenzione totale dell’ICI e di uno sconto pari al 50% dal pagamento sull’Ires.
La procedura per aiuti di stato sarà aperta a metà ottobre dalla Commissione europea e, alla luce delle informazioni a disposizione della stessa, non si può escludere che tali misure costituiscano un aiuto di stato; l’indagine si impernierà su tre fronti: il mancato pagamento dell’ICI, l’art.149 comma 4 del testo unico delle imposte sui redditi (che conferisce la qualifica di enti non commerciali a quelli ecclesiastici), e lo sconto del 50% dell’Ires concesso agli enti della Chiesa operanti nei settori della sanità e dell’istruzione.
Innanzitutto, prima di procedere alla disamina della questione, è opportuno dar conto del corretto inquadramento costituzionale delle esenzioni.
L’esenzione consiste in una norma eccezionale che sottrae a tassazione beni e persone che secondo regola dovrebbero essere tassati. Essa è costituzionalmente legittima se il fine a cui è preordinata è degno di tutela: cultura, beneficenza, risparmio(…),va chiarito poi che la Chiesa, se usufruisce di tali agevolazioni, lo fa in maniera identica alle altre confessioni religiose e agli altri enti non commerciali, e non in virtù di uno stato preferenziale che potrebbe avvantaggiarla rispetto alle une o agli altri.
Ai fini di una più chiara comprensione della vicenda è opportuno specificare che le esenzioni all’ICI sono previste dalla legge istitutiva dell’imposta.
Il decreto legislativo n.504/1992, infatti, prevede una serie di esenzioni tra cui, volendo semplificare, sono previste quelle per i fabbricati destinati all’esercizio del culto, e quelle per i fabbricati appartenenti ad enti non commerciali e destinati a particolari finalità ritenute meritevoli di tutela da parte del legislatore.
Ebbene, mentre per i fabbricati destinati all’esercizio del culto l’esenzione non presenta problemi interpretativi, nel caso di cui sopra, è l’ultima previsione ad essere al centro dell’attenzione poiché in essa possono essere ricompresi enti ecclesiastici le cui attività esercitate necessitano di un corretto inquadramento.
È una questione da valutare bene, la Chiesa deve pagare giustamente le tasse, evitando di affittare alloggi al centro storico a 1000 euro al mese godendo dei privilegi fiscali. Bisogna distinguere i luoghi di culto, quelli deputati all’assistenza e alle opere caritatevoli, dalle attività, che pur essendo del Vaticano, producono reddito.
Tali esoneri garantiscono alle strutture cattoliche un risparmio di due miliardi di euro annuali e un vantaggio notevole sulla concorrenza laica. Va indubbiamente valutata la situazione e va fatta una seria riflessione sull’argomento.
Dal punto di vista della concorrenza vi è un’evidente disparità.
È necessario pertanto un approfondimento accurato su beni immobili e proventi al fine di non creare squilibri tra i cittadini ed evitare le disuguaglianze.
Le vicende di cui si discute erano già state portate a Bruxelles, nel 2008, a seguito di formale richiesta di alcuni esponenti politici italiani, e nel 2010, ma la Commissione aveva in entrambe le circostanze archiviato il caso.
Oggi invece siamo in una situazione diametricalmente opposta; sarà infatti difficile per l’Italia scampare alla condanna poiché “l’esistenza dell’aiuto e resa chiara dal minor gettito per l’erario” e la norma viola la concorrenza “in quanto i beneficiari degli sconti ICI sembrano effettivamente essere in concorrenza con altri operatori nel settore turistico-alberghiero e della sanità”.
Entro 18 mesi sarà Bruxelles a decidere se assolvere o condannare il nostro Paese e conseguentemente porre fine a tali privilegi.
http://www.gandhiedizioni.com/files/tag-f-35-joint-strike-fighter.html
Oltre 14 miliardi di euro per il caccia F-35
mentre mancano i soldi per i terremotati
Per i terremotati dell’Abruzzo sarebbero necessari 130 milioni nei prossimi sei mesi. Dove trovare questi fondi. La risposta è più semplice di quanto sembri: basterebbe bloccare l’enorme stanziamento che sta per essere destinato all’acquisizione del caccia statunitense F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter) della Lockeed Martin.
Manlio Dinucci
Per i terremotati dell’Abruzzo il governo ha messo a disposizione 100 milioni di euro, ma ce ne vorranno molti di più: solo per le esigenze del ministero dell'interno, si dovranno trovare 130 milioni nei prossimi sei mesi. E, se si vorrà veramente ricostruire, occorreranno stanziamenti ben maggiori. Dove trovare questi fondi, in una fase di crisi come quella attuale, senza dover con ciò tagliare ulteriormente le spese sociali (scuola, sanità, ecc.)? La risposta è più semplice di quanto sembri: basterebbe bloccare l’enorme stanziamento che sta per essere destinato all’acquisizione del caccia statunitense F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter) della Lockeed Martin.
La commissione difesa della camera ha già dato parere favorevole all’acquisizione del caccia e quella del senato lo farà entro il 16 aprile. Nel budget 2009 del ministero della difesa è già previsto uno stanziamento di 47 milioni di euro per l’F-35. E’ solo un piccolo anticipo: per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare oltre un miliardo di euro. Ma sono ancora spiccioli, di fronte alla spesa che il parlamento sta per approvare: 12,9 miliardi di euro per l’acquisto di 131 caccia, più 605 milioni per le strutture di assemblaggio e manutenzione. Complessivamente, 14,5 miliardi di euro. Saranno pagati a rate di circa un miliardo l’anno tra il 2009 e il 2026. Ma, come avviene per tutti i sistemi d’arma, il caccia verrà a costare più del previsto e, una volta prodotto, dovrà essere ulteriormente ammodernato. E’ quindi certo che l’esborso totale (di denaro pubblico) sarà molto maggiore di quello preventivato. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando 121 caccia Eurofighter Typhoon, il cui costo supera gli 8 miliardi di euro. La partecipazione dell’Italia al programma del Joint Strike Fighter, ribattezzato F-35 Lightning (fulmine), costituisce un perfetto esempio di politica bipartisan. Il primo memorandum d’intesa è stato firmato al Pentagono, nel 1998, dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è di nuovo un governo presieduto da Berlusconi a deliberare l’acquisto dei 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi nel 2006 (v. il manifesto, 25-10-2006). Si capisce quindi perché, quando il governo ha annunciato l’acquisto di 131 F-35, l’«opposizione» (PD e IdV) non si sia opposta.
L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello: ciò significa che contribuisce allo sviluppo e alla costruzione del caccia. Vi sono impegnate oltre 20 industrie, cioè la maggioranza di quelle del complesso militare, tra cui Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Selex Communications, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre non-Finmeccanica, come Aerea e Piaggio. Negli stabilimenti Alenia in Campania e Puglia, e successivamente in quelli piemontesi, verranno prodotte oltre 1.200 ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia destinati ai paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. Dalla catena di montaggio italiana usciranno probabilmente anche i 25 caccia acquistati da Israele, cui se ne potranno aggiungere altri 50. Il governo lo presenta come un grande affare per l’Italia: non dice però che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entrano nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia escono dalle casse pubbliche. Questa attività, secondo il governo, creerà subito 600 posti di lavoro e una «spinta occupazionale» che potrebbe tradursi in 10mila posti di lavoro. Una bella prospettiva quella di puntare, per far crescere l’occupazione, su uno dei più micidiali sistemi d’arma.
L’F-35 è un caccia di quinta generazione, prodotto in tre varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà 69 della prima variante e 62 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. I caccia a decollo corto/atterraggio verticale, spiega la Lockheed, sono i più adatti a «essere dispiegati più vicino alla costa o al fronte, accorciando la distanza e il tempo per colpire l’obiettivo». Grazie alla capacità stealth, l’F-35 Lightning «come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente». Un aereo, dunque, destinato alle guerre di aggressione, a provocare distruzioni peggiori di quelle del terremoto dell’Abruzzo. Ma per le vittime non ci saranno funerali di stato, né telecamere a mostrarli.
Era il 18 marzo del 1968. Tre mesi prima di essere assassinato in un hotel di Los Angeles, in un discorso all’Università del Kansas, Robert Kennedy per primo mette in discussione il Prodotto Interno Lordo (PIL) come mezzo per misurare il benessere di un paese.
Da allora sono passati quarant’anni ma non è cambiato quasi nulla. Continuiamo a misurare il benessere delle nazioni con il PIL. D’altra parte l’idea che questo indice non significhi più un granché ha raggiunto tanti. Basta ricordare che sul tema c’è stata una conferenza internazionale il 19 e 20 novembre 2007. Il titolo era significativo, “Beyond GDP” - ovvero “Oltre il PIL” - così come i nomi degli organizzatori: Commissione europea, Parlamento Europeo, OCSE e WWF. E il presidente francese Nicolas Sarkozy ha dato l’annuncio che due premi Nobel per l’economia - Joseph Stiglitz e Amartya Sen -, avrebbero studiato nuovi indicatori di crescita per il suo paese.
Per chi vuole approfondire la questione vi segnalo l’articolo Dal PIL al BIL. Costruire il Benessere Interno Lordo, mentre chi è interessato al testo integrale del discorso può andare qui. Finisco con il link alla registrazione audio del discorso.
L’Italia ha in agenda l’acquisto, di 131 F-35, ovvero cacciabombardieri americani supersonici (cioè capaci di oltrepassare in volo la barriera del suono)
http://www.paginedidifesa.it/2008/pdd_081137.html
I veivoli in questione sono aerei creati per attaccare fulmineamente e in maniera da essere difficilmente identificabili da radar, in quanto dotati di "bassissima osservabilità".
Da più parti si è mossa un’obiezione all’acquisto italiano di questi strumenti di guerra per due motivazioni principali:
http://www.francarame.it/node/529
L’Istituto per gli Affari Internazionali, in una relazione su IL PROGRAMMA F-35 JOINT STRIKE FIGHTERE L’EUROPA
http://www.iai.it/pdf/Quaderni/Quaderni_31.pdf
Dichiara che il rifiuto di dotarsi di velivoli da attacco al suolo sarebbe frutto di " una visione ideologica, spesso permeata da un irrealistico isolazionismo, smentita dai fatti", propria di un " fronte pacifista", "antiamericana". sostenitore dell’assunto secondo il quale sono "le armi a creare le guerre e che esistano armi "difensive"e armi "offensive".
Nella stessa relazione si ricorda che L’avvio della partecipazione dell’Italia al programma F-35 fu decisa dal Governo D’Alema nel 1998 con un contributo di 10 milioni di dollari e proseguita dal governo Berlusconi, firmatario, nel 2002, di un accordo bilaterale con il Departmentof Defence statunitense, per l’avvio della fase System Design &Development (Sdd), costata all’Italia "circa 1.000 milioni di dollari, suddivisi in 11 anni a partire dal 2002"
Al di là degli infiniti temi di discussione e approfondimento possibili a riguardo, io, da cittadina non competente di questioni militari e quindi disposta a mettermi in discussione, non posso fare a meno di chiedermi cosa significhi un impegno militare previsto possibile da una classe dirigente di sinistra prima, di destra dopo che, tutti i giorni, mi bombarda con allarmi sulla crisi economica e mette a rischio il mio posto di lavoro ventilando tagli agli sprechi individuati, almeno nel mondo della scuola, prevalentemente in risorse umane ("esuberi".)
Chi mi risponde?
Crisi della finanza americana e crisi Alitalia. Mi pare di vedere un punto in comune. La gestione spregiudicata (Borse d'affari americane) o incapace (Alitalia) di alcuni manager ha sputtanato l'economia di grandi aziende e, nel caso delle bancghe americane, rischia di mettere a rischio la finanza mondiale oltre che i quattrini di milioni di risparmiatori e investitori.
Soluzione: lo stato liberista (Bush e Berlusconi) paga i debiti, i privati (finanzieri soprattutto) ripartono a far profitti. Paga Pantalone. Non si parla (mi pare) di "cambiare le regole" del mercato e della finanza. La sinistra (Obama in testa), impaurita, tace o acconsente.
Ma se lo Stato deve pagare e i profitti vanno ai finanzieri, allora era meglio il socialismo reale, almeno era direttamente lo stato a pianificare l'economia!
E, scusate, in questo contesto, possiamo (dobbiamo) stare zitti quando ci dicono che non ci sono i soldi per la sanità, la scuola, l'università, la polizia, la giustizia, l'ambiente?...