mercoledì 22 aprile 2009
Rivalutazione della Repubblica di Salò
vi inoltro un disegno di legge (n. 1360) “Ordine del tricolore” (che porta ad una sostanziale equiparazione fra ex Repubblica Sociale Italiana e Partigiani)
Che ne pensate?!
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allego solo la premessa...
CAMERA DEI DEPUTATI N. 1360
PROPOSTA DI LEGGE D’INIZIATIVA DEI DEPUTATI
BARANI, ANGELI, BARBA, BARBIERI, BOCCIARDO, CALDORO,
CASTELLANI, CASTIELLO, CATONE, CESARO, CICCIOLI, CRISTALDI,
DE ANGELIS, DE CORATO, DE LUCA, DE NICHILO
RIZZOLI, DI BIAGIO, DI VIRGILIO, DIMA, DIVELLA, GREGORIO
FONTANA, FUCCI, GAROFALO, GIRLANDA, HOLZMANN, LABOCCETTA,
LO MONTE, GIULIO MARINI, MAZZONI, RICARDO ANTONIO
MERLO, MIGLIORI, PETRENGA, ROSSO, SARDELLI, SBAI,
TORRISI, VALENTINI, VENTUCCI, VESSA, ZACCHERA
Istituzione dell’Ordine del Tricolore e adeguamento
dei trattamenti pensionistici di guerra
Presentata il 23 giugno 2008
ONOREVOLI COLLEGHI ! — La presente proposta
di legge nasce dall’esigenza di attribuire
a coloro che hanno partecipato alla
seconda guerra mondiale un riconoscimento
analogo a quello attribuito ai combattenti
della guerra 1914-1918 dalla legge
18 marzo 1968, n. 263. L’istituzione dell’
« Ordine del Tricolore » deve essere considerata
un atto dovuto, da parte del
nostro Paese, verso tutti coloro che, oltre
sessanta anni fa, impugnarono le armi e
operarono una scelta di schieramento convinti
della « bontà » della loro lotta per la
rinascita della Patria.
Non s’intende proponendo l’istituzione
di questo Ordine sacrificare la verità storica
di una feroce guerra civile sull’altare
della memoria comune, ma riconoscere,
con animo oramai pacificato, la pari dignità
di una partecipazione al conflitto
avvenuta in uno dei momenti più drammatici
e difficili da interpretare della storia
d’Italia; nello smarrimento generale,
anche per omissioni di responsabilità ad
ogni livello istituzionale, molti combattenti,
giovani o meno giovani, cresciuti
nella temperie culturale guerriera e « imperiale
» del ventennio, ritennero onorevole
la scelta a difesa del regime, ferito e
languente; altri, maturati dalla tragedia in
atto o culturalmente consapevoli dello
scontro in atto a livello planetario, si
schierarono con la parte avversa, « liberatrice
», pensando di contribuire a una
rinascita democratica, non lontana, della
loro Patria.
Solo partendo da considerazioni contingenti
e realistiche è finalmente possibile
quella rimozione collettiva della memoria
ingrata di uno scontro che fu militare e
ideale, oramai lontano, eredità amara di
un passato doloroso, consegnato per sempre
alla storia patria.
Questo progetto di legge è coerente con
la cultura di pace e di pacificazione della
nuova Italia, post-bellica, repubblicana e
democratica; memore delle distruzioni
morali e materiali provocate dal conflitto
mondiale; orgogliosa della rinascita operata
dalla laboriosità del suo popolo; rinnovata
nelle istituzioni di una classe dirigente
espressa per la prima volta dal
popolo, libero e sovrano; consapevole della
necessità di rimarginare le ferite di un
passato tragico e cruento nell’interesse
dell’intera collettività.
Per queste considerazioni, attribuiamo
al progetto di legge in esame un forte
valore simbolico e sociale, che valga a
superare tutti gli steccati ideologici che
hanno reso difficile per troppi anni la
possibilità di riconoscere socialmente i
meriti e il sacrificio di coloro che hanno
combattuto consapevolmente per il Tricolore;
ad essi, dopo oltre sessanta anni dalla
fine della guerra e nel sessantesimo anniversario
della nostra Costituzione, il Parlamento
italiano, per motivi di equità e di
giustizia, deve tributare un riconoscimento
analogo a quello concesso ai cavalieri di
Vittorio Veneto.
Questo sarà costituito da un’alta attribuzione
onorifica, cioè l’appartenenza all’Ordine
del Tricolore e anche da un
miglioramento economico, doveroso per
chi ha dato tanto per la propria Patria.
In questo tempo di ristrettezze economiche
ci appare indizio di grande civiltà
pensare a chi ha combattuto e da anni
attende una revisione migliorativa dei trattamenti
pensionistici di guerra.
Il Parlamento ha riconosciuto più che
legittima l’aspirazione dei titolari di trattamento
pensionistico di guerra a ottenere
l’adeguamento economico delle proprie
pensioni, adeguamento che si ritiene non
sia ulteriormente procrastinabile, considerate
l’età avanzata dei soggetti e la lunga
attesa.
L’articolo 1 istituisce un nuovo ordine
onorifico, l’Ordine del Tricolore, comprendente
l’unica classe di cavaliere.
L’articolo 2 prevede che tale onorificenza
sia conferita:
a) a coloro che hanno prestato servizio
militare per almeno sei mesi, anche
a piu` riprese, in zona di operazioni, nelle
Forze armate italiane durante la guerra
1940-1945 e che siano invalidi; a coloro
che hanno fatto parte delle formazioni
armate partigiane o gappiste, regolarmente
inquadrate nelle formazioni dipendenti dal
Corpo volontari della liberta` , oppure delle
formazioni che facevano riferimento alla
Repubblica sociale italiana;
b) ai combattenti della guerra 1940-
1945; ai mutilati e invalidi della guerra
1940-1945 che fruiscono di pensioni di
guerra; agli ex prigionieri o internati nei
campi di concentramento o di prigionia.
L’articolo 3 determina le caratteristiche
dell’insegna, realizzata in bronzo, del nuovo
Ordine e rinvia a un decreto del Ministro
della difesa l’indicazione dei dettagli.
L’articolo 4 prevede che il Capo dell’Ordine
del Tricolore sia il Presidente
della Repubblica e che l’Ordine sia retto
da un consiglio composto da un tenente
generale o da un ufficiale con grado corrispondente,
che lo presiede, da due generali
e da un ammiraglio in rappresentanza
di ciascuna Forza armata, dal presidente
dell’Associazione nazionale combattenti
della guerra di liberazione
inquadrati nei reparti regolari delle Forze
armate italiane, dal presidente dell’Associazione
nazionale combattenti e reduci, dal presidente
dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia
e dal presidente dell’Istituto storico della
Repubblica sociale italiana.
Il presidente e i membri del consiglio
sono nominati dal Presidente della
Repubblica, su proposta del Ministro della
difesa.
L’articolo 5 prevede che le onorificenze
siano conferite con decreto del
Presidente della Repubblica, su proposta
del Ministro della difesa, previa domanda
presentata dagli interessati al Ministero
della difesa.
L’articolo 6 prevede che agli insigniti
dell’Ordine del Tricolore sia riconosciuto
un assegno vitalizio e che le domande e i
documenti necessari per ottenere l’onorificenza
siano esenti dall’imposta di bollo e
da qualsiasi altro tributo.
L’articolo 7 prevede l’adeguamento
pensionistico degli invalidi e mutilati di
guerra per l’alto valore sociale che essi
rappresentano.
L’articolo 8 prevede la copertura finanziaria.
L’articolo 9 reca la data di entrata in
vigore della legge.
domenica 1 febbraio 2009
La Regola, i lefebvriani e il relativismo
Il ritorno sulla scena della cupa congrega lefebvriana un pregio ce l'ha: ci rammenta di quanta ottusità e di quale durezza fosse intrisa la Regola, non solo religiosa, contro la quale divampò negli anni Sessanta la rivoluzione dei costumi e delle idee. La Chiesa giovannea, decidendo di essere parte viva e attiva di una società in tumulto, fece parte a pieno titolo, generosamente, di quella stagione di liberazione: non per caso Papa Ratzinger, che è un influente intellettuale di destra, è così reticente nel ricordare il Vaticano II. Noi che siamo cresciuti in quel clima, nel progressivo allentarsi di ogni vecchia norma, di ogni rigidità etica, oggi non siamo così stupidi da non accorgerci che il prezzo da pagare è stato il disordine, spesso anche privato. Ma riudire, quarant' anni dopo, la presunzione e la menzogna della Norma, risentire le voci arroganti di questi maestrini della Tradizione, riprovare il brivido raggelante di quel fanatismo, ci aiuta ad amare di più la nostra faticosa, sudata libertà, la generosità del dubbio e il rispetto dell' imperfezione. Ciò che i nuovi reazionari chiamano "relativismo" (che monsignor Lefebvre per primo denunciò come vizio satanico) è solo una maniera malevola di definire la libertà. -
Michele Serra, Repubblica, 31 gennaio 2009
Leggendo questo commento mi venivano in mente due contraddizioni legate alla revoca della scomunica ai lefebvriani:
1) un gesto che dovrebbe essere ecumenico (la revoca della scomunica agli "eretici") avviene proprio nei confronti dei più fieri (e non pentiti) avversari dell'ecumensimo
2) accettare gente così nella Chiesa mi pare richieda una dose di relativismo più che sufficiente a riammettere teologi dela liberazione, Kung, Sobrino, etc
Anche dal punto di vista razionale, il Cattolicesimo geometrico e tetragono della Chiesa ratzingeriana mi pare davvero non regga. Quanto dovremo aspettare per andare oltre o, semplicemente, ripartire dal Concilio (il cui recente anniversario non so se è stato neppure celebrato dallo Stato Pontificio)?
lunedì 15 settembre 2008
L'assedio o la laicità?
Tanto per avere un idea di chi è Giuseppe Betori, nuovo arcivescovo di Firenze, un estratto della sua omelia del 2007 in onore di S. Ubaldo, patrono di Gubbio, noto per aver difeso la sua città dall'assedio dei nemici. In grassetto il "tono" dei miei commenti, le parole sono testuali.
[...] il momento centrale del rapporto tra Sant’Ubaldo e la sua città: “Premuroso di impedire la caduta del suo popolo fortificò la città contro un assedio”. [...] Molto può insegnare anche per la condizione odierna della nostra società. Nuovi nemici tentano di espugnare le nostre città, di sovvertire il loro sereno ordinamento e di creare turbamento alla loro vita. Questi nuovi nemici si chiamano il nichilismo e il relativismo, che in modo più o meno esplicito nutrono le tendenze egemoni nella nostra cultura: fanno dell’embrione, l’essere umano più indifeso, un materiale disponibile per sperimentazioni mediche; danno copertura legale al crimine dell’aborto e si apprestano a farlo per le pratiche eutanasiche, infrangendo la sacralità dell’inizio e della fine della vita umana; introducono il concetto apparentemente innocuo di qualità della vita, che innesca l’emarginazione e la condanna dei più deboli e svantaggiati (!!!); coltivano sentimenti di arroganza e di violenza che fomentano le guerre e il terrorismo (???); delimitano gli spazi del riconoscimento dell’altro chiudendo all’accoglienza (???) di chi è diverso per etnia, cultura e religione; negano possibilità di crescita per tutti mantenendo situazioni e strutture di ingiustizia sociale; oscurano la verità della dualità sessuale in nome di una improponibile libertà di autodeterminazione di sé (!); scardinano la natura stessa della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. [...] Anche noi oggi siamo chiamati a discernere e giudicare il presente con gli occhi di Dio e a chiedere a tutti, credenti e non credenti (!!!), di fare altrettanto se vogliamo salvare il nostro futuro, a vivere tutti – come ci ha invitato Benedetto XVI – “etsi Deus daretur”, “come se Dio esistesse”, ribaltando l’ipotesi che ha retto il pensiero e l’agire della modernità, l’“etsi Deus non daretur”, il “come se dio non ci fosse” che ha prodotto i forni di Auschwitz e i gulag della Siberia. [...] E il volto di Dio è l’amore, come ci ha ricordato il Santo Padre nella sua enciclica Deus caritas est. Non però l’amore debole che nasconde la verità, che crea ambiguità sotto il velo della falsa tolleranza, bensì quello esigente che non rinuncia a ferire per curare, a distinguere per poter allacciare ponti veri e non a voler rendere tutto fittiziamente omologo, a richiamare alla responsabilità senza indulgere in un buonismo alla fine perdente.
Mi piace contrapporre a queste parole battagliere (di fede??), quelle di un teologo protestante, che ho letto su Adista
Quando Bonhoeffer scriveva nelle sue lettere dal carcere che dobbiamo vivere “etsi deus non daretur”, che non dobbiamo più avere Dio come ipotesi di lavoro nel nostro argomentare pubblico, lui non pensava affatto ad una teologia della morte di Dio come poi si è detto negli anni Sessanta. Lui argomentava, da piissimo luterano quale era, a partire dalla teologia della Croce, cioè dal centro del Nuovo Testamento. Allora vi propongo una riflessione: non soltanto bisogna accettare la laicità, ma anche promuoverla come l’unico spazio in cui anche le religioni posso essere valorizzate. Perché quale religione può essere contenta se viene accettata perché presupposta, perché obbligatoria, perché fondativa? Il cristianesimo, semmai, dovrebbe essere il più convinto nel sostenere questo statuto, perché se Cristo è la rivelazione di Dio, mica si è messo d’accordo prima col sindaco di Gerusalemme per avere una scorta e per evitare che ci fosse qualche gruppo di omosessuali a sfottere lui e i suoi discepoli. Oggi c’è il terrore di ridurre tutto ad un’opinione, ma che cos’è il Golgota se non Dio in Cristo che si espone a due opinioni opposte, quella di chi gli sputa addosso e lo sbeffeggia e quella di chi dice “questi è veramente il figlio di Dio”? Tradurre il discorso cristiano in una presenza senza privilegi, senza tutele, senza rete, senza alcun presupposto non è soltanto una ragionevole soluzione moderna, ma dovrebbe essere - lo dico da teologo cristiano - l’immediata conseguenza del fatto che il mio discorso su Dio è legato al Golgota e non a qualche altra illuminazione. [...] Noi cristiani dovremmo avere il coraggio di cavalcare questa tigre e di essere i primi, proprio per quello che abbiamo capito di Dio, a promuovere libertà e anticlericalismo.
E voi, dove lo sentite soffiare, lo Spirito? Tra le mura dell'assedio o sul crinale di una ricerca "senza rete"?
Io sento tanta poca fede, nei sedicenti Difensori della Fede!...